FALSI MONACI SPIONI. ECCO COME I NAZISTI CERCARONO D’INFILTRARE IL VATICANO NEL 1943

Falsi monaci spioni. Era una delle trovate dei servizi segreti della Germania nazista per mantenere una presenza attiva a Roma nel tardo 1943, quando il ritiro delle forze di occupazione tedesche di stanza nella capitale italiana diventava ormai imminente. E tutto grazie a un “raggiro” orchestrato ai danni del Vaticano, i cui edifici godevano dell’immunità ottenuta in virtù della non belligeranza. A tratteggiare il piano è un faldone emerso dagli archivi del Secret Intelligence Service (SIS) britannico, i servizi segreti esteri di sua Maestà – conosciuti anche come MI6, la “casa” di James Bond. Che riuscirono a scoprire le trame dei colleghi nazisti grazie a un informatore italiano, Giuseppe Dosi.

L’idea era tutto sommato semplice. «I tedeschi – si legge in un documento di “proprietà” dell’MI5, i servizi segreti interni, che riassume le informative di Dosi – volevano creare un convento georgiano a Roma sfruttando la protezione del Vaticano. Tra i monaci si sarebbe dovuto introdurre due agenti che avevano il compito di mantenere i contatti con la rete del partito nazista nella capitale. Due stanze dovevano essere riservate per il personale civile dell’organizzazione religiosa; in realtà sarebbero state usate per nascondere trasmittenti radio, batterie e altro materiale segreto nonché come base per agenti tedeschi in difficoltà». L’operato degli 007 britannici, normalmente coperto da un impenetrabile segreto di Stato, emerge questa volta dalle pieghe della storia grazie al fascicolo aperto dai colleghi dell’MI5 ai danni di Michel Kedia, capo degli agenti segreti georgiani arruolati nelle fila della Abwehr, il servizio d’intelligence militare della Germania nazista.

Kedia, infatti, era una vecchia conoscenza del contro-spionaggio. Nato a Tiblisi il 23 febbraio del 1902, oltre che agente al servizio dei tedeschi era anche il capo dei nazionalisti georgiani. Che si erano alleati con il terzo Reich sperando di ottenere, a conflitto ultimato, l’indipendenza della Georgia dal giogo dell’Unione Sovietica. «Quando la Germania ha attaccato la Russia – recita un memorandum sulla relazione tra armeni e georgiani esuli in Francia e le unità di sabotaggio tedesche datato 16/10/44 – i georgiani diventarono molto importanti perché potevano fornire valide risorse umane da inviare sul fronte orientale». Kedia era il responsabile dell’ufficio di spionaggio e reclutamento parigino. Al di là dei suoi rapporti con i servizi segreti tedeschi – prosegue il rapporto – Kedia era molto vicino al ministero degli Esteri nazista. Si considerava il capo dei georgiani e si aspettava di divenire capo del futuro governo della Georgia indipendente: per tre volte è andato in missione ufficiale in Turchia per negoziare le condizioni per la creazione di tale Stato».

Nel 1943 Kedia entra però anche nel radar del SIS. Dietro l’operazione di truffa ai danni del Vaticano c’era infatti lui, l’eminenza grigia della falange georgiana. «Kedia – sottolinea l’informativa di Dosio – avrebbe dovuto scegliere tre novizi tra gli emigranti georgiani in Germania e spedirli da Basilius (un non meglio identificato agente tedesco, ndr) che a sua volta avrebbe dovuto metterli in contatto con padre Michele, il futuro abate nel nuovo convento». La versione di copertura per il Vaticano era la seguente: «un benefattore georgiano, desideroso di restare anonimo, sarebbe stato lo sponsor della nuova istituzione religiosa». Il misterioso Basilius avrebbe fatto da intermediario.

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