GENESI DI UNO SCOOP – SEMBRA UN FILM MA E’ TUTTO VERO

Sembra un film. E di questo passo c’e’ anche caso che prima o poi lo diventi sul serio. I protagonisti sono da una parte Julian Assange, l’enigmatico fondatore del sito-sensazione WikiLeaks, e dall’altra la direzione del quotidiano britannico Guardian, una delle grandi cattedrali del giornalismo occidentale. Ecco la trama: come dar vita alla serie di scoop piu’ clamorosa degli ultimi 30 anni nonche’ a un’inedita collaborazione tra media ‘tradizionali’ normalmente in competizione tra loro. Gli ingredienti? I soliti, quelli a cui Hollywood ci ha abituati: un giornalista segugio, un direttore con la schiena dritta, una banda di anarchici con una valigia piena di segreti militari. E poi tradimenti, ego difficili da gestire, tanto caffe’ e molto vino. Ma soprattutto due diverse concezioni di liberta’ d’informazione.

La ‘wikileide’ – ricostruita da Vanity Fair – si apre con l’intuizione di un reporter anziano del Guardian, Nick Davies, che dopo aver letto dell’arresto di Bradley Manning decide di rintracciare Assange ad ogni costo. Alla fine ci riesce, nel giugno dello scorso anno. Dopo aver buttato giu’ dal letto il capo di WikiLeaks – che si trovava al Leopold Hotel di Bruxelles – Davies discute con Assange per sei ore. E cosi’ scopre che e’ in possesso dei ‘logs’ di Afghanistan e Iraq, dei cables diplomatici, e dei file su Guantanamo. Colpo di scena numero uno: Davies riesce a convincere Assange che il miglior modo per ‘tradurre’ al pubblico quella massa di dati e’ formare una partnership con il Guardian – e il New York Times. Assange acconsente, Davies torna alla base e il suo direttore, Alan Rusbridger, da’ l’ok all’operazione. Quindi telefona al direttore del NYT per convincerlo a far parte della partita. Assange di fatto si trasferisce a Londra, alla redazione del Guardian, dove viene creata una squadra per lavorare sugli ‘Afghan files’. Colpo di scena numero due: Assange, di punto in bianco, decide di aprire la partnership anche al tedesco Der Spiegel. La chiara intenzione – che diverra’ chiarissima – di Assange di condurre le danze non e’ l’unica divisione. “Il nostro punto di vista era: ‘quanto pubblichiamo di ogni documento?'”, racconta David Leigh, capo della sezione investigativa del Guardian. “Julian invece voleva mettere tutto online, e al massimo cancellare qualcosa qua e la’. Venivamo insomma da posizioni opposte”. Il rapporto presto si complica ulteriormente. Alla vigilia dell’uscita Assange da’ infatti gli Afghan files anche a Channel 4. Davies rompe i rapporti.

Quindi e’ la volta del colpo di scena numero tre. Nel mezzo del lavoro sui files iracheni Assange chiede al Guardian di far entrare anche il no-profit Bureau of Investigative Journalism. Il che significa ritardare la pubblicazione dell’inchiesta. Leigh accetta ma chiede in cambio la chiavetta con i cables. Ok, dice Assange, pero’ voglio la garanzia che andiate in stampa solo con il mio nulla osta. Rusbridger firma l’accordo. Ma no, ‘twist’ numero quattro. La scrittrice e giornalista Heather Brooke entra in possesso, per i fatti suoi, della chiavetta con i cables. Leigh la invita allora a entrare a far parte della sua equipe: cosi’ evita che il Guardian perda lo scoop e allo stesso tempo si svincola dal ‘contratto’ stilato con Assange. Che, pero’, si sente tradito. E fa irruzione nell’ufficio di Rusbridger minacciando azioni legali. “Con pazienza – scrive il settimanale – il direttore e’ riuscito a calmare gli animi, procedimento che ha richiesto prima molto caffe’ e poi un bel po’ di vino. Infine ha accettato un ulteriore rinvio e l’apertura ad altri partner, il francese Le Monde e lo spagnolo El Pais”. Inutile dire che i rapporti tra il Guardian e il boss di WikiLeaks, al termine del viaggio, non siano rosei come un tempo.

 

 

 

 

 

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