BLOG

IL QUARTO REICH SIAMO NOI

Il Quarto Reich. Sembra il titolo perfetto per un film o un romanzo para-storico, di quelli che prendono in prestito le linee narrative alle teorie cospirative. Però è strano. Più ci penso, e più riguardo gli appunti presi per scrivere l’articolo che trovate qui sotto, più trovo similitudini con spezzoni di storia “segreta” europea e non. Ovvero storia con la esse maiuscola che semplicemente non entra nei sussidiari di scuola perché troppo controversa. Cioé fastidiosa per il potere. Insomma, e se questa grullata del Quarto Reich non fosse così strulla come sembra? Di più. E se noi ci stessimo vivendo nel Quarto Reich? Senza manco accorgercene, sì, esatto. Va bene, lo dico, tanto ormai lo avete capito. E se il Quarto Reich fosse l’America, e per estensione, l’Alleanza Atlantica?

Andiamo con ordine. I nazisti, come rivelano i documenti, prima di cadere fanno un patto con il capitale: noi vi diamo il denaro, voi lo esportate all’estero attraverso le banche svizzere e quelle spagnole (allora in mano a Franco), lo mettete a disposizione di società prestanome in realtà controllate da un vostro sgherro e da un kapò del partito, e noi, quadri del nazismo che sfuggiremo alla giustizia dei vincitori, ce ne andiamo un po’ in apnea e poi torniamo alla ribalta grazie al denaro off-shore – perché di questo si tratta. Intanto mettiamo in piedi una rete stay-behind – come Gladio, una delle operazioni clandestine costruite dalla NATO per fiaccare i rossi in caso d’invasione dell’Europa – che al momento giusto destabilizzerà i paesi occidentali mettendo in campo movimenti anti-bolscevichi. Bene. Chi conosce la storia contemporanea a questo punto starà già scomodo sulla sedia. Ma procediamo. In questo progetto, concepito dalle SS nel 1944, c’è tanta politica, ne converrete. Tanta politica del 1944. Ovvero pre guerra fredda. Che di fatto significa contrapposizione tra Occidente e Russia&Co. E guarda caso i nazisti non sono proprio favorevoli a Stalin e soci…

I controlli disposti dal Tesoro USA alla fine della seconda guerra mondiale stabilirono che in effetti parecchio denaro lasciò la Germania in quegli anni e che molte società satellite vennero fondate all’estero, in particolare in Sudamerica. Ora, Norimberga colpì i responsabili delle atrocità maggiori ma poi venne dichiarata l’amnistia e si aprì la stagione della riconciliazione. Ed era giusto così. Nel tempo abbiamo appreso però che, in quel lasso di tempo, le Ratline gestite dal Vaticano col benestare degli USA resero possibile la fuga di tanti nazisti, compresi pezzi da 90 come Mengele o Eichmann. L’operazione ODESSA di lì a poco riciclerà alcuni papaveri del nazifascismo e li piazzerà in trincea a combattere il comunismo. E badate bene: guerra fredda significa in gran parte guerra dei servizi segreti. E quindi largo a tipi come Reinhard GehlenOtto SkorzenyJunio Valerio Borghese e Guido Leto. Ovvero il capo dell’Ovra al momento dell’armistizio, che si salvò la pelle consegnando ai britannici l’archivio segreto del fascismo sui comunisti e venne ricompensato, nell’Italia repubblicana, con la direzione delle scuole della Polizia di Stato.

Morale. Fascismi e regimi democratici, terminato il rombo delle bombe, scoprirono di avere molte cose in comune. In fondo facevano parte della stessa famiglia, quella del capitalismo. Ergo: il vero conflitto del Novecento non fu quello combattuto fra totalitarismo e regimi democratici, che semmai declinavano con accenti diversi la stessa dottrina, ma quello fra capitalismo e comunismo, che invece si contrapponevano come il sole e la luna. Hitler, insomma, fu una sciagura, ma una sciagura famigliare, uno zio che impazzisce e fa fuori moglie e figli tra indicibili sevizie. Non si può far finta di niente, va arrestato e processato. Rinchiuso per sempre il lato psicopatico dell’assetto politico-produttivo del capitalismo occidentale nel sanatorio della Storia, coi figli di Hitler il capitale internazionale poteva però tranquillamente fare business. Non è un caso che le tecniche di propaganda naziste furono modellate in larga parte sulla nascente industria pubblicitaria angloamericana. Quindi, per tornare al nostro piano segreto per formare il Quarto Reich, bye bye politica, ti saluto mitologia ariana: le infrastrutture del piano furono riconvertite e assimilate in ottica NATO, i capitali espatriati messi a frutto per la rinascita dell’economia tedesca.

Una mano lavò l’altra. Concludendo. Vogliamo dunque accusare l’America di aver incubato il Quarto Reich? Beh, sì. L’assetto del potere internazionale fu stabilito da Londra e Washington nel dopoguerra, dando vita ai prodromi della globalizzazione e quindi del potere imperiale come lo intendono Tony Negri e Michael Hardt – libro che ha il pregio di indicare il nocciolo della questione con grande lungimiranza ma zoppica un po’ nell’offrire poi un’argomentazione comprensibile. Risolta una volta per tutte la grammatica da usare, il capitale – con la c maiuscola – ha dunque dispiegato con forza inaudita l’impeccabile sintassi delle multinazionali. Corpo e mente sociale si sono fusi in un simbionte invincibile, il consumismo. Che è allo stesso tempo produttore e utilizzatore di significati e bisogni. Vogliamo infine accanirci contro questo straordinario diffusore di benessere ed emancipazione? Ma per carità. Chi lo fa non comprende che dovrebbe contemporaneamente cancellare con un tratto di penna la sua intera esistenza, dalla lavatrice a Facebook. Detto questo, soprattutto legando il concetto di consumismo a quello di Quarto Reich, possiamo forse restituirgli quell’aspetto di dottrina ideologica che gli va riconosciuta. Provate a negarne i fondamentali: il consumismo capitalista, soprattutto come si è evoluto dagli anni Settanta in poi, reagirà con straordinaria violenza.

Termino dunque questa mia personalissima riflessione citando un grande pensatore che prima di tanti altri aveva capito tanto. Ovvero quel Pasolini che morì mentre scriveva un libro intitolato Petrolio: “C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti: è l’ideologia del consumo“. Che per Pasolini nella sua accezione peggiore assume caratteristiche fasciste.

Così, tanto per dire.

ECCO CAPPUCCETTO ROSSO SANGUE – L’HORROR CHE NON E’ UN HORROR

LONDRA – E’ possibile trasformare una fiaba ancestrale come Cappuccetto Rosso in un film per il grande schermo? Beh, sì. A una condizione, però. Lavorare sui fondamentali e aggiungere due o tre ‘twist’ lungo il percorso. Trasformare il buon vecchio lupo in un buon vecchio lupo mannaro, ad esempio. O complicare la vita alla protagonista piazzandola al centro di un triangolo amoroso che ricorda un poco la ricetta Twilight. Ma soprattutto assicurarsi un vero principe delle oscurità come Gary Oldman e appaltargli il grosso della recitazione. Il risultato è Red Riding Hood – Cappuccetto Rosso Sangue nella versione italiana.

Continua a leggere ECCO CAPPUCCETTO ROSSO SANGUE – L’HORROR CHE NON E’ UN HORROR

ECCO I PIANI SEGRETI DELLE SS PER CREARE IL QUARTO REICH

Un manipolo di congiurati si dà appuntamento nella campagna della Baviera. L’Europa è in ginocchio, la guerra è persa. Inglesi e americani avanzano città dopo città sul fronte occidentale, i sovietici su quello orientale. Hitler e Mussolini hanno i giorni contati. Ma i sacerdoti del nazismo, le SS di Himmler, hanno un piano: dar vita a una rete clandestina di agenti e attraverso la destabilizzazione creare le condizioni per l’ascesa di un “Quarto Reich” opportunamente aggiornato alla bisogna. Trama da thriller? Indubbiamente. Eppure è anche il contenuto di un rapporto top-secret dei servizi segreti britannici emerso presso gli Archivi di Stato di Londra – e visto in anteprima dall’ANSA.

Siamo a metà aprile del 1945. Nella cittadina di Deisenhofen, vicino a Monaco, si tiene una riunione molto speciale presieduta da un Obergruppenführer – generale delle SS – in “uniforme completa”. All’incontro prendono parte “15 rappresentanti di nazioni a ovest della Germania, Italia compresa”. Obiettivo: “rendere la vita il più difficile possibile agli alleati nel dopoguerra così che il partito nazista possa, col tempo, riapparire sotto mentite spoglie e costruire il Quarto Reich”. A parlare è Olivier Mordrelle, una vecchia conoscenza degli 007 di sua Maestà. Membro-chiave del Movimento Separatista Bretone, condannato a morte dai francesi nel 1940 per sedizione, allo scoppio della guerra Mordrelle sceglie il campo tedesco, militando prima nelle file della Abwehr, l’intelligence nazista, poi come sabotatore per il Sicherheitsdienst (SD). Nel ’45, come molti altri collaborazionisti, è ormai con le spalle al muro. Si apre dunque un periodo di fuga disperata, con famiglia al seguito. Così incappa nel piano segreto. “Le SS stanno per discutere il futuro movimento sotterraneo di resistenza nazista contro i bolscevichi in Occidente”, gli confida un vecchio amico, il comandante d’unità d’assalto Josef Perey. Mordrelle è dunque ammesso al ‘conclave’ nella veste di “rappresentante francese”.

“Il piano – dice – era di volare basso per un certo periodo. Poi, a un segnale convenuto, ogni cellula avrebbe organizzato dei movimenti nazionali – in linea con le tradizioni del paese di residenza – di natura anti-bolscevica, suscitando disordini e infine la guerra civile”. La cospirazione per funzionare ha bisogno di capitali. Detto, fatto. Secondo il generale delle SS, infatti, “fondi sostanziosi” sarebbero stati trasferiti in Sudamerica, in particolar modo in Argentina, e sarebbero stati messi a disposizione “a tempo debito”. “E’ vietato tradire sentimenti pro-nazisti o antisemiti”, racconta ancora il bretone. “Su questo punto sono stato chiarissimi. Ogni sezione avrebbe poi dovuto creare metodi, slogan e gerarchie diverse per ridurre la possibilità di essere scoperti. Nel caso in cui il tema bolscevico si fosse rivelato impopolare, la campagna avrebbe potuto focalizzarsi su altri temi: il peso di sostenere un esercito di occupazione, ad esempio. O la cessione di sovranità nazionale”. Il partito nazista avrebbe poi gestito l’operazione con una struttura a “tre strati”. Il primo, responsabile per “l’alta politica”, si sarebbe costituito “fuori dall’Europa”; il secondo avrebbe adattato la strategia “per ciascun paese”; il terzo avrebbe “portato a termine il lavoro”.

Gli agenti britannici di stanza a Firenze – Mordrelle si è consegnato a Bolzano il 24 maggio del 1945 – sono perplessi. “Secondo il prigioniero – scrivono – la riunione aveva un che d’irreale e tutti i presenti erano in realtà preoccupati di come fare per salvare la pelle”. Il rapporto viene però girato per direttissima alla War Room, il regno di Churchill. Che lo inoltra subito a Washington. Il racconto del bretone coincide infatti con altre informazioni riservate in possesso degli alleati. Non ultimo il ‘Red House Report’ – memo top-secret USA desecretato di recente. Il documento rivela i contenuti dell’incontro avvenuto il 10 agosto del 1944 tra le elite delle SS e il gotha dell’industria tedesca tra cui Krupp, Rochling e Volkswagenwerk. La guerra è persa, esordì l’Obergruppenfuhrer Scheid. Gli industriali tedeschi avrebbero dunque dovuto sostenere il partito trasferendo somme di denaro all’estero (fornite dal governo) attraverso le banche svizzere. Il nazismo, dopo un periodo di “clandestinità”, sarebbe così tornato alla guida della Germania.

 

LE MANI DELLA FRANCIA SULL’AIEA – E IL DEBOLE CAPO DELLA SEZIONE SICUREZZA DELL’AGENZIA CON IL SUO GIAPPONE

Trame di potere, veti contrapposti figli d’interessi nazionali divergenti, dirigenti deboli, troppo sottomessi con la madrepatria. E la sicurezza passa in cavalleria. L’immagine dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica disegnata dai dispacci di WikiLeaks non è per nulla incoraggiante. Tomihiro Taniguchi, ex capo del Dipartimento di Sicurezza e Salvaguardia Nucleare (Dnns), è ad esempio visto degli americani come “un debole”, “in particolar modo quando si tratta di affrontare il Giappone sulla sicurezza”. Casella importante quella occupata dal nipponico: per esprimere il suo successore Francia e USA si scontrano, non a caso, duramente. “Se i francesi riusciranno a ottenere la sua posizione – rivela un cablogramma datato 1 dicembre 2009 visto dall’Ansa – vi è il rischio che l’intero dipartimento diventi solo un’altra branca dell’Areva”. Ovvero il colosso d’ingegneria nucleare statale transalpino. “In quel caso si avrà un impatto negativo sulle attività di salvaguardia e sicurezza, oltre che dannoso per la capacità dell’industria nucleare americana di vendere reattori all’estero”. Sicurezza e business sono dunque due facce della stessa medaglia, nella realpolitik nucleare. Gli Usa stanno perdendo terreno: “non c’é neanche un dirigente americano nell’area tecnica del Dnns”. I diplomatici di stanza a Vienna consigliano d’iniziare subito una “strategia di lobby” per imporre un loro uomo di fiducia dopo il “fallimento” Taniguchi. “Il dipartimento – si legge nel documento – ha bisogno di un manager appassionato e di un forte leader. Negli scorsi 10 anni la sezione Sicurezza e Salvaguardia ha infatti sofferto pesantemente a causa della debole direzione di Taniguchi e la sua mancanza di capacità organizzative: non é stato in grado (o non ha mostrato l’interesse) di risolvere i disaccordi interni, non ha cooperato con i direttori degli altri dipartimenti, e non ha sostenuto l’importante lavoro della sezione”. L’occasione per sbarazzarsi di Taniguchi si presenta con l’arrivo del nipponico Yukiya Amano alla direzione dell’Aiea. Il Giappone è una nazione modesta, dice infatti Amano, e non cercherà di occupare contemporaneamente la direzione generale e i vertici della Sicurezza. Ma i francesi non aspettano altro. “Stanno già premendo su Amano per ottenere la carica”, rivela il cablo. “Se non esprimiamo un candidato credibile da un paese credibile, vicino alle nostre politiche, il posto andrà alla Francia”. Francia che già eserciterebbe una “forte e malsana” influenza sull’Aiea in generale: si va dalla carriera facilitata per il personale francese ai ‘suggerimenti’ espressi verso i paesi membri a optare per i reattori francesi. “La sicurezza degli impianti nucleari in tutto il mondo nei prossimi 10 anni sarà di grande importanza per gli Usa”, conclude il cablo. “Coinvolgerà questioni di sicurezza regionale, politiche energetiche, crescita del settore nucleare civile in patria e all’estero”. Gli Stati Uniti usciranno però con le corna rotte dallo scontro con Parigi. Amano sceglie infatti Denis Flory, il direttore delle relazioni internazionali dell’Istituto di radioprotezione e sicurezza nucleare francese. “E’ la prima volta”, si legge sul sito, “che un cittadino francese occupa questa posizione dalla creazione dell’Aiea”.

 

IPAD2: LO SBALLO E’ SERVITO. LO VOGLIO LO VOGLIO LO VOGLIO

Il titolo di questo post mi sembra abbastanza chiaro. Il sequel dell’iPad è davvero una libidine totale. Ora, al di là della presentazione come sempre scoppiettante e della comparsa a sorpresa di Steve Jobs sul palco dello Yerba Buena di San Francisco (a proposito, non sembra uno che ha poche settimane di vita e l’ho scritto), il prodotto in sé ha compiuto non pochi passi in avanti. Il che prova, nuovamente, la mia teoria: resistere, sempre, alla tentazione di c0mprare la versione 1.0 di ogni cosa targata Apple. E’ rivoluzionaria – senza dubbio, iPhone docet – ma è dal 2.0 in poi che si inizia seriamente a ragionare (anzi, io direi che la versione 3 è sempre la migliore, la più stabile). Ora, io sono un Mac user dal 1992. Il che significa che c’è stato un tempo in cui, al liceo, eravamo solo in due a usare Apple e mi potevo scordare giochi e/o condivisioni di ogni sorta. Un periodo buio. Fedeltà che col tempo ha pagato. Ora vedo il mondo invaso di gente con le cuffiette bianche nelle orecchie e sorrido: chi è il fichetto adesso? Ma non è questo il punto, sto divagando. Quello che voglio dire è che conoscono bene la Apple. E ho fatto bene a resistere e non correre allo store di Covent Garden a fare la fila e prendermi l’iPad come ogni Mac-Aficionado che si rispetti. Perché è l’iPad 2 – che da qui in poi chiameremo Evo, da evolution – il vero oggetto delle meraviglie. Ora, ad essere sinceri, come dicevo prima, la macchina definitiva sarà la prossima – iPhone 3GS, MacBook Pro… la lista è lunga. Ma chi riesce a resistere un anno ancora? Intanto l’iPad Evo è più leggero, più sottile e più potente. E questo ci piace. Appena lo si prende in mano – come ho fatto io l’altra sera a Londra, alla presentazione ufficiale presso il BBC Television Centre – si capisce subito la differenza. E’ più compatto eppure, allo stesso tempo, sembra più solido. Il processore dual-core A5 è  due volte più veloce del precedessore (il che significa multitasking più fluido, con ritardi ridotti). Più potenza significa poi più versatilità. Detto questo, l’aggiunta più importante sono senza dubbio le telecamere – fronte e retro. Ora, io non mi vedo fotografare o riprendere con l’iPad (in HD, of course), ma certamente poter videochiamare con Skype – o FaceTime – ha i suoi vantaggi. Diciamo che questa versione è un po’ più vicina alle necessità di chi “produce” contenuti, e non solo li consuma. Traduzione: l’80% del mio lavoro ora lo potrei fare con l’Ipad. Uso il condizionale perché per le missioni – correre dietro ad Assange con Nikon e telecamera; 18 ore di vertice G20 – ci vuole ancora il laptop – MacAir 11 nel mio caso. Ma questo è un gap che forse non si potrà mai colmare. Come dire: uno non può avere una spider decapottabile a due posti secca e poi lamentarsi perché non puoi farci il trasloco di casa. C’è un limite a tutto. E poi Apple vuole comunque venderci il più alto numero di prodotti possibili. Missione compiuta, per lo meno con me. E poi l’iPad Evo viene in bianco e ha una specie di copertina di Linus magnetica che lo protegge senza rovinare il design. Insomma. Basta, pietà, basta. Lo voglio, sì, lo voglio.

FRATELLI COLTELLI – ECCO COME WIKILEAKS TI SPIEGA LA CRISI LIBICA

(ANSA) – LONDRA – Litigiosi, competitivi, in lotta tra loro per un posto al sole al fianco dell’ormai anziano leone della rivoluzione, il padre-padrone Muammar Gheddafi. E’ nella faziosità dei figli del rais – messa a nudo dall’ennesimo cablogramma targato WikiLeaks – che i diplomatici americani hanno intravisto, per la prima volta, le crepe nel monolito libico. Un gioco di specchi, sgambetti e gelosie che rischia, in alcuni casi, di aver costeggiato i pericolosi confini della fronda. Un modo di fare che, in un relativamente breve lasso di tempo, ha permesso l’apertura di ‘spazi’ di dissenso sino a pochi anni fa impensabili. Tanto che la situazione è alla fine sfuggita di mano.

“Una serie di eventi suggerisce che la tensione tra i vari figli di Gheddafi è aumentata a partire dalla scorsa estate”, riporta un cablo datato marzo 2009. “Benché le guerre intestine non siano una novità nella famiglia Gheddafi, la recente ‘escalation’ tra Saif al-Islam e Muatassim, Aisha, Hannibal e Saadi, avviene in coincidenza di un periodo delicato nella storia della Jamahiriya”. “Il 40esimo anniversario della rivoluzione, l’elezione di Gheddafi a presidente della Lega Africana, la proposta di riforme politico-economiche, l’idea d’introdurre una costituzione nonché le vociferate elezioni – prosegue il cablo – sono tutti fattori che indicano come la Libia stia attraversando un particolare periodo di turbolenza”. Una delle ragioni principali di questa tensione sarebbe il ruolo di delfino assunto dal secondogenito Saif – e quindi la gelosia dei fratelli, in particolar modo di Muatassim. Che vede in malo modo le aspirazioni ‘liberali’ del fratello. “L’arresto e l’intimidazione di un certo numero di alleati di Saif, da un lato, e le mosse tese a circoscrivere il ruolo di Muatassim dell’approvvigionamento di armamenti, dall’altro, mostra come il livello di discordia tra i fratelli sia alto”, nota il diplomatico USA nel suo dispaccio. E’ un eufemismo. I figli del Colonnello a un certo punto sono arrivati ai coltelli. Muatassim, nel 2008, ha ad esempio chiesto al presidente della società petrolifera statale 1,2 miliardi di dollari per costituire un corpo di milizie personali. E tutto per sostenere la sfida col fratello Khamis, comandante delle forze speciali libiche – i pretoriani di Gheddafi, né più né meno. Ai figli del rais i denari d’altra parte non mancano, visto che ognuno di loro può contare su stabili “flussi di denaro provenienti dalle società petrolifere statali”.

L’abitudine ai bagordi di Saif, dato il conservatorismo della società libica, è specialmente visto come una “fonte di preoccupazione”. Ancor di più lo è però la sua organizzazione regionale creata per “identificare pubblicamente e sanzionare individui che hanno compiuto abusi in materia di diritti umani”. Mossa che, dicono le fonti USA, è stata percepita come una “minaccia” dai falchi del regime. In conclusione. Visto la salute ormai “precaria” di Gheddafi e la “mancanza di un meccanismo che regoli la successione”, “l’acuta rivalità tra i figli del rais potrebbe giocare un ruolo importante, se non cruciale, sulla capacità della famiglia di mantenere il potere una volta che il Colonnello sia uscito si scena, un modo o nell’altro”.