LE MANI DELLA FRANCIA SULL’AIEA – E IL DEBOLE CAPO DELLA SEZIONE SICUREZZA DELL’AGENZIA CON IL SUO GIAPPONE

Trame di potere, veti contrapposti figli d’interessi nazionali divergenti, dirigenti deboli, troppo sottomessi con la madrepatria. E la sicurezza passa in cavalleria. L’immagine dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica disegnata dai dispacci di WikiLeaks non è per nulla incoraggiante. Tomihiro Taniguchi, ex capo del Dipartimento di Sicurezza e Salvaguardia Nucleare (Dnns), è ad esempio visto degli americani come “un debole”, “in particolar modo quando si tratta di affrontare il Giappone sulla sicurezza”. Casella importante quella occupata dal nipponico: per esprimere il suo successore Francia e USA si scontrano, non a caso, duramente. “Se i francesi riusciranno a ottenere la sua posizione – rivela un cablogramma datato 1 dicembre 2009 visto dall’Ansa – vi è il rischio che l’intero dipartimento diventi solo un’altra branca dell’Areva”. Ovvero il colosso d’ingegneria nucleare statale transalpino. “In quel caso si avrà un impatto negativo sulle attività di salvaguardia e sicurezza, oltre che dannoso per la capacità dell’industria nucleare americana di vendere reattori all’estero”. Sicurezza e business sono dunque due facce della stessa medaglia, nella realpolitik nucleare. Gli Usa stanno perdendo terreno: “non c’é neanche un dirigente americano nell’area tecnica del Dnns”. I diplomatici di stanza a Vienna consigliano d’iniziare subito una “strategia di lobby” per imporre un loro uomo di fiducia dopo il “fallimento” Taniguchi. “Il dipartimento – si legge nel documento – ha bisogno di un manager appassionato e di un forte leader. Negli scorsi 10 anni la sezione Sicurezza e Salvaguardia ha infatti sofferto pesantemente a causa della debole direzione di Taniguchi e la sua mancanza di capacità organizzative: non é stato in grado (o non ha mostrato l’interesse) di risolvere i disaccordi interni, non ha cooperato con i direttori degli altri dipartimenti, e non ha sostenuto l’importante lavoro della sezione”. L’occasione per sbarazzarsi di Taniguchi si presenta con l’arrivo del nipponico Yukiya Amano alla direzione dell’Aiea. Il Giappone è una nazione modesta, dice infatti Amano, e non cercherà di occupare contemporaneamente la direzione generale e i vertici della Sicurezza. Ma i francesi non aspettano altro. “Stanno già premendo su Amano per ottenere la carica”, rivela il cablo. “Se non esprimiamo un candidato credibile da un paese credibile, vicino alle nostre politiche, il posto andrà alla Francia”. Francia che già eserciterebbe una “forte e malsana” influenza sull’Aiea in generale: si va dalla carriera facilitata per il personale francese ai ‘suggerimenti’ espressi verso i paesi membri a optare per i reattori francesi. “La sicurezza degli impianti nucleari in tutto il mondo nei prossimi 10 anni sarà di grande importanza per gli Usa”, conclude il cablo. “Coinvolgerà questioni di sicurezza regionale, politiche energetiche, crescita del settore nucleare civile in patria e all’estero”. Gli Stati Uniti usciranno però con le corna rotte dallo scontro con Parigi. Amano sceglie infatti Denis Flory, il direttore delle relazioni internazionali dell’Istituto di radioprotezione e sicurezza nucleare francese. “E’ la prima volta”, si legge sul sito, “che un cittadino francese occupa questa posizione dalla creazione dell’Aiea”.

 

FRATELLI COLTELLI – ECCO COME WIKILEAKS TI SPIEGA LA CRISI LIBICA

(ANSA) – LONDRA – Litigiosi, competitivi, in lotta tra loro per un posto al sole al fianco dell’ormai anziano leone della rivoluzione, il padre-padrone Muammar Gheddafi. E’ nella faziosità dei figli del rais – messa a nudo dall’ennesimo cablogramma targato WikiLeaks – che i diplomatici americani hanno intravisto, per la prima volta, le crepe nel monolito libico. Un gioco di specchi, sgambetti e gelosie che rischia, in alcuni casi, di aver costeggiato i pericolosi confini della fronda. Un modo di fare che, in un relativamente breve lasso di tempo, ha permesso l’apertura di ‘spazi’ di dissenso sino a pochi anni fa impensabili. Tanto che la situazione è alla fine sfuggita di mano.

“Una serie di eventi suggerisce che la tensione tra i vari figli di Gheddafi è aumentata a partire dalla scorsa estate”, riporta un cablo datato marzo 2009. “Benché le guerre intestine non siano una novità nella famiglia Gheddafi, la recente ‘escalation’ tra Saif al-Islam e Muatassim, Aisha, Hannibal e Saadi, avviene in coincidenza di un periodo delicato nella storia della Jamahiriya”. “Il 40esimo anniversario della rivoluzione, l’elezione di Gheddafi a presidente della Lega Africana, la proposta di riforme politico-economiche, l’idea d’introdurre una costituzione nonché le vociferate elezioni – prosegue il cablo – sono tutti fattori che indicano come la Libia stia attraversando un particolare periodo di turbolenza”. Una delle ragioni principali di questa tensione sarebbe il ruolo di delfino assunto dal secondogenito Saif – e quindi la gelosia dei fratelli, in particolar modo di Muatassim. Che vede in malo modo le aspirazioni ‘liberali’ del fratello. “L’arresto e l’intimidazione di un certo numero di alleati di Saif, da un lato, e le mosse tese a circoscrivere il ruolo di Muatassim dell’approvvigionamento di armamenti, dall’altro, mostra come il livello di discordia tra i fratelli sia alto”, nota il diplomatico USA nel suo dispaccio. E’ un eufemismo. I figli del Colonnello a un certo punto sono arrivati ai coltelli. Muatassim, nel 2008, ha ad esempio chiesto al presidente della società petrolifera statale 1,2 miliardi di dollari per costituire un corpo di milizie personali. E tutto per sostenere la sfida col fratello Khamis, comandante delle forze speciali libiche – i pretoriani di Gheddafi, né più né meno. Ai figli del rais i denari d’altra parte non mancano, visto che ognuno di loro può contare su stabili “flussi di denaro provenienti dalle società petrolifere statali”.

L’abitudine ai bagordi di Saif, dato il conservatorismo della società libica, è specialmente visto come una “fonte di preoccupazione”. Ancor di più lo è però la sua organizzazione regionale creata per “identificare pubblicamente e sanzionare individui che hanno compiuto abusi in materia di diritti umani”. Mossa che, dicono le fonti USA, è stata percepita come una “minaccia” dai falchi del regime. In conclusione. Visto la salute ormai “precaria” di Gheddafi e la “mancanza di un meccanismo che regoli la successione”, “l’acuta rivalità tra i figli del rais potrebbe giocare un ruolo importante, se non cruciale, sulla capacità della famiglia di mantenere il potere una volta che il Colonnello sia uscito si scena, un modo o nell’altro”.

 

LA GUERRA DI ANONYMOUS

We are Anonymous.

We are legion.

We do not forgive.

We do not forget.

Expect us – always.

Tre agenzie di sicurezza privata americane, la Palantir Technologies, la Berico Technologies e la HBGary, hanno a quanto pare steso un canovaccio per ‘disinnescare’ la minaccia WikiLeaks elencando, tra i vari metodi, anche il rincorso a una campagna di delegittimazione. Una delle agenzie, la HBGary, nel mentre ha però commesso il fatale errore di pestare i piedi ad Anonymous, il gruppo di hacker internazionali sostenitori dichiarati del sito antisegreti. Così, proprio nei giorni del processo londinese di Julian Assange, i cyber-guerriglieri hanno risposto occhio per occhio: attaccando il sito della HBGary, rubando 44mila mail private e diffondendo su internet il memo incriminato.

Il piano segreto per distruggere WikiLeaks (scaricabile nella sezione DOCs del box qui accanto), offerto probabilmente alla Bank of America, risale al novembre scorso. “Nonostante la pubblicità”, si legge nel rapporto, “WikiLeaks NON è in buona salute. Le loro debolezze vanno sfruttate immediatamente”. Le aziende propongono quindi di “creare documenti fasulli, passarli a WikiLeaks, e quindi denunciare l’errore; alimentare le divisioni interne; alimentare voci sulla sicurezza della loro infrastruttura tecnica: se nascono dubbi sull’efficacia della loro tecnologia WikiLeaks è finita”. Ma non è Tutto. La memo propone anche “cyber-attacchi per ottenere dati delle fonti, una campagna media che colpisca il sostegno tra i moderati, usare i social network per identificare debolezze nel loro staff”. L’autore ed esperto di diritto costituzionale USA Green Greenwald viene poi citato come “esempio di sostegno che deve essere eliminato”. Il documento è stato rinvenuto durante il raid punitivio compiuto da Anonymous ai danni della HBGary, colpevole di essersi vantata di aver infiltrato il network hacker. Tutto per aver un buon ritorno d’immagine.

“Non si tratta di loro”, recita una mail di un dirigente dell’azienda citata dagli hacker su piratebay.org, dove si possono scaricare tutte le email trafugate, “si tratta di dare la giusta impressione sulle nostre capacità ai nostri clienti”. Anonymous sostiene però che la HBGary – che ha rapporti con il dipartimento di Stato americano – non abbia in realtà raccolto un bel niente. “Lo sappiamo – scrivono gli hacker – perché abbiamo visto i vostri rapporti. I nominativi e contatti dei ‘dirigenti’ di Anonymous sono senza senso: per evitare che li possiate vendere all’FBI glieli daremo noi gratuitamente”. La HBGary, dal canto suo, mette in guardia sul proprio sito che gli hacker hanno falsificato le informazioni ad arte.

GENESI DI UNO SCOOP – SEMBRA UN FILM MA E’ TUTTO VERO

Sembra un film. E di questo passo c’e’ anche caso che prima o poi lo diventi sul serio. I protagonisti sono da una parte Julian Assange, l’enigmatico fondatore del sito-sensazione WikiLeaks, e dall’altra la direzione del quotidiano britannico Guardian, una delle grandi cattedrali del giornalismo occidentale. Ecco la trama: come dar vita alla serie di scoop piu’ clamorosa degli ultimi 30 anni nonche’ a un’inedita collaborazione tra media ‘tradizionali’ normalmente in competizione tra loro. Gli ingredienti? I soliti, quelli a cui Hollywood ci ha abituati: un giornalista segugio, un direttore con la schiena dritta, una banda di anarchici con una valigia piena di segreti militari. E poi tradimenti, ego difficili da gestire, tanto caffe’ e molto vino. Ma soprattutto due diverse concezioni di liberta’ d’informazione.

La ‘wikileide’ – ricostruita da Vanity Fair – si apre con l’intuizione di un reporter anziano del Guardian, Nick Davies, che dopo aver letto dell’arresto di Bradley Manning decide di rintracciare Assange ad ogni costo. Alla fine ci riesce, nel giugno dello scorso anno. Dopo aver buttato giu’ dal letto il capo di WikiLeaks – che si trovava al Leopold Hotel di Bruxelles – Davies discute con Assange per sei ore. E cosi’ scopre che e’ in possesso dei ‘logs’ di Afghanistan e Iraq, dei cables diplomatici, e dei file su Guantanamo. Colpo di scena numero uno: Davies riesce a convincere Assange che il miglior modo per ‘tradurre’ al pubblico quella massa di dati e’ formare una partnership con il Guardian – e il New York Times. Assange acconsente, Davies torna alla base e il suo direttore, Alan Rusbridger, da’ l’ok all’operazione. Quindi telefona al direttore del NYT per convincerlo a far parte della partita. Assange di fatto si trasferisce a Londra, alla redazione del Guardian, dove viene creata una squadra per lavorare sugli ‘Afghan files’. Colpo di scena numero due: Assange, di punto in bianco, decide di aprire la partnership anche al tedesco Der Spiegel. La chiara intenzione – che diverra’ chiarissima – di Assange di condurre le danze non e’ l’unica divisione. “Il nostro punto di vista era: ‘quanto pubblichiamo di ogni documento?'”, racconta David Leigh, capo della sezione investigativa del Guardian. “Julian invece voleva mettere tutto online, e al massimo cancellare qualcosa qua e la’. Venivamo insomma da posizioni opposte”. Il rapporto presto si complica ulteriormente. Alla vigilia dell’uscita Assange da’ infatti gli Afghan files anche a Channel 4. Davies rompe i rapporti.

Quindi e’ la volta del colpo di scena numero tre. Nel mezzo del lavoro sui files iracheni Assange chiede al Guardian di far entrare anche il no-profit Bureau of Investigative Journalism. Il che significa ritardare la pubblicazione dell’inchiesta. Leigh accetta ma chiede in cambio la chiavetta con i cables. Ok, dice Assange, pero’ voglio la garanzia che andiate in stampa solo con il mio nulla osta. Rusbridger firma l’accordo. Ma no, ‘twist’ numero quattro. La scrittrice e giornalista Heather Brooke entra in possesso, per i fatti suoi, della chiavetta con i cables. Leigh la invita allora a entrare a far parte della sua equipe: cosi’ evita che il Guardian perda lo scoop e allo stesso tempo si svincola dal ‘contratto’ stilato con Assange. Che, pero’, si sente tradito. E fa irruzione nell’ufficio di Rusbridger minacciando azioni legali. “Con pazienza – scrive il settimanale – il direttore e’ riuscito a calmare gli animi, procedimento che ha richiesto prima molto caffe’ e poi un bel po’ di vino. Infine ha accettato un ulteriore rinvio e l’apertura ad altri partner, il francese Le Monde e lo spagnolo El Pais”. Inutile dire che i rapporti tra il Guardian e il boss di WikiLeaks, al termine del viaggio, non siano rosei come un tempo.